Falafel: storia e origine delle polpette di ceci mediorientali

Storie di piatti · Cucina Mediorientale

Falafel dorati in una ciotola con hummus, verdure e limone

Nessuno sa con certezza chi abbia inventato il falafel e forse è proprio questa la parte più interessante.

Poche polpette hanno scatenato tante discussioni. Il falafel è amatissimo in tutto il Medio Oriente e ogni paese lo rivendica come proprio: dall’Egitto al Libano, dalla Palestina alla Siria. Fritto e dorato fuori, verde e profumato dentro, è diventato un simbolo e come tutti i simboli non appartiene facilmente a nessuno.

Dai ceci alle fave

C’è una teoria affascinante sulle sue origini: che sia nato in Egitto come ta’amia, fatto non di ceci ma di fave, forse tra i copti cristiani come cibo di magro durante la Quaresima. Salendo verso il Levante, la ricetta avrebbe scambiato le fave con i ceci, dando vita al falafel che conosciamo. La verità è persa nei secoli, ma questa migrazione racconta bene come nascono i piatti: viaggiando, adattandosi, cambiando pelle.

Falafel spezzato intinto nella salsa di tahina

Il segreto è nel non cuocere

Il falafel migliore parte da ceci (o fave) semplicemente ammollati, mai cotti, poi tritati crudi con aglio, cipolla, prezzemolo, coriandolo e spezie. È questa la differenza tra un falafel leggero e croccante e uno pesante e gommoso: i legumi non bolliti tengono l’impasto sgranato, che frigge in un guscio dorato racchiudendo un cuore verde e umido.

Cibo di strada, cibo di tutti

Nella sua terra il falafel è street food per eccellenza: si infila nella pita con insalata, salse e sottaceti, si mangia camminando, costa poco e sazia. È anche uno dei pochi piatti che mette d’accordo tutti a tavola, vegetariani compresi ed è forse per questo che ha conquistato il mondo, dai chioschi di Gerusalemme a quelli di Berlino e New York.

Gli ingredienti che lo rendono vero

Oltre ai legumi, sono le spezie e le erbe a dargli l’anima: i semi di cumino e il coriandolo per il profumo caldo, prezzemolo a volontà per il colore. E poi la tahina, la crema di sesamo con cui quasi sempre si accompagna, sciolta con limone e aglio in una salsa setosa.

Croccante fuori, verde dentro

Il piacere del falafel sta tutto nel contrasto. Fuori, un guscio sottile e dorato che scrocchia sotto i denti; dentro, un cuore morbido e verde di legumi ed erbe, ancora profumato di cumino e prezzemolo. Appena fritto è al suo meglio, quando il vapore fuma alla prima morsicata e la tahina cremosa fa da contrappunto fresco. È street food, sì, ma anche una piccola lezione di equilibrio tra consistenze.

In Italia

Il falafel è arrivato con la cucina mediorientale e con la svolta vegetale e oggi lo trovi nei locali e nei chioschi di Milano, Roma e Torino. Ma è anche facile da fare in casa, se hai i ceci giusti e le spezie in dispensa.

Domande frequenti

Il falafel è fatto di ceci o di fave?

Dipende da dove ti trovi. La versione più diffusa usa i ceci, ma quella egiziana (ta’amia), forse la più antica, è a base di fave. Entrambe sono autentiche.

Il falafel è vegano?

Sì, nella sua forma tradizionale è completamente vegetale: legumi, erbe e spezie. È uno dei motivi della sua popolarità mondiale.

Perché a volte è duro o oleoso?

Di solito perché i legumi sono stati cotti prima di essere tritati. Il falafel migliore parte da ceci o fave solo ammollati e crudi, che restano leggeri e sgranati in frittura.

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